Lo tradussi ben presto, ma dopo il manoscritto passò di mano in mano e poi scomparve. Nell’estate del 2005, durante un breve soggiorno a Bari, dopo aver pregato sulla tomba di San Nicola iniziai subito una nuova traduzione.
Nel testo originale il padre Gabriel, per la sua estrema delicatezza, aveva nascosto ogni nome di istituzioni ecclesiastiche, quello di molte località, e i nomi delle persone, compreso il suo, sotto il velo dello pseudonimo. Ma ora che l’autore è scomparso, affinché in futuro nessuno possa liquidare questa preziosa testimonianza di Ortodossia come puro racconto di fantasia, mi sono preso la libertà non solo di tradurre, ma di scrivere il vero nome dell’autore, come pure quello delle istituzioni da lui frequentate e di quelle località che ho potuto ricostruire fin dal suo arrivo in Occidente.
In questi tempi, quando l’uniatismo è reso più forte dal tradimento di alcuni ambienti ortodossi, sedotti dal potere e dagli onori del mondo, e ha assunto in molti paesi dell’Europa orientale dei tratti molto aggressivi verso la Chiesa Ortodossa, credo sia molto fruttuoso per molte anime ortodosse meditare queste pagine. Potremmo così meglio valutare il grande dono ricevuto da Dio della Retta Fede, che spesso come ogni altro dono del Signore, quando si possiede si dà per scontato ed è perciò più soggetto ad essere perduto.
Personalmente ho dei cari ricordi del padre Gabriel Patacsi. La nostra amicizia cominciò durante la quaresima del 1960, quando gesuita e studente di teologia a Roma, residente al Gesù, egli mi invitò un pomeriggio ad andare con lui alla Chiesa greco-cattolica di sant’Atanasio per assistere alla liturgia dei presantificati. Fu l’inizio di un’amicizia che sarebbe durata molti anni e che mi avrebbe lasciato molti bei ricordi.
Nel libro la testimonianza di una conversione molto sofferta non fa molto notare una caratteristica del padre Gabriel Patacsi. E’ vero, lui aveva una personalità a prima vista molto seria e dignitosa, appena mitigata da una signorile affabilità. Ma agli amici rivelava un carattere cordiale, un umorismo contagioso e travolgente che era fonte di allegre risate, mentre la sua rara intelligenza e la sua facilità a scoprire i difetti umani le usava per puntualizzare la disonestà e l’incoerenza di certe persone. La sua satira era sempre spassosa, ma delicata, rifuggeva dal protagonismo e perseguiva uno scopo più serio. A me quell’episodio del prete in clergyman che a san Sergio a Parigi fu classificato come uno venuto da quel posto lì (capitolo XIII) lo aveva raccontato come capitato a qualcun altro e con lo scopo non solo di farmi divertire, ma anche di farmi riflettere sul fatto che se fossi diventato un prete uniato non sarei mai stato accettato dagli ortodossi.
A proposito dello scarso successo del proselitismo dei gesuiti fra i poveri fuoriusciti russi raccontava in giro questa storiella: il gesuita rettore della Chiesa russo-cattolica di Roma aveva convinto una anziana donna russa ad aderire al cattolicesimo uniato. Per un po’ la signora fu presente alle funzioni nella Chiesa, poi improvvisamente sparì. Un giorno il prete la incontrò per caso per strada e le chiese perché da molto tempo non si faceva più viva in Chiesa. La donna arrossì e balbettò: - Padre, ho fatto un peccato. Sono tornata alla Chiesa Ortodossa! – Non fa niente, mia cara, puoi ritornare tranquillamente da noi. – Replicò il gesuita. Allora la donna gli rispose: - Come padre, io dovrei fare ancora un altro peccato? –
Quando nel dicembre 1965 ci fu la sensazionale visita a Roma del Patriarca Atenagora da Paolo VI con l’abolizione delle scomuniche fra Roma e Costantinopoli, Gabriel Patacsi tentò di calmare il mio entusiasmo senza fare commenti, ma semplicemente sorridendo mi raccontò questa storiella vera o inventata non me lo disse. Il Patriarca Atenagora visitò in quei giorni diverse basiliche. Nella sua visita alla basilica di santa Maria Maggiore depose una rosa bianca in omaggio all’icona della Madre di Dio, Salus populi Romani. Appena il seguito dei prelati si allontanò, un gesuita dell’Istituto Orientale, quello stesso da poco convertito al metodo ecumenico, il Savicki, andò e prese il fiore e lo portò come trofeo trionfale all’Istituto. Ma, ahimè! Il giorno dopo la rosa era tutta appassita. Subito il solerte gesuita rimediò pitturandola con della vernice bianca. A prima vista si potevano fare diverse deduzioni spassose dal raccontino e io nei giorni sequenti le feci tutte, divertendomi con qualche amico. Ma più tardi, da adulto e ortodosso ne trassi anche qualche deduzione un po’ più seria.
Durante il Concilio Vaticano II era venuto fuori il problema spinoso per il clero romano, se dovessero avere la precedenza i patriarchi orientali uniti come protogerarchi di chiese locali o i cardinali, coadiutori del Vicario di Gesù Cristo. Il Papa Paolo VI pensò di superare la questione dando il berretto rosso a tutti patriarchi e arcivescovi maggiori degli uniati. Tutti gli interessati accettarono questa elevazione al cardinalato con grande entusiasmo. Naturalmente gli orientali idealisti e gli irenisti videro nella cerimonia un’umiliazione dell’Oriente uniato, che contraddiceva i proclami conciliari. C’era a Roma un solo amico fidato a cui poter confidare la mia delusione di quei giorni. Andai a trovare il padre Gabriel, lo trovai sereno e quella volta mi parlò con molta serietà. Mi disse che era contento, perché finalmente la si faceva finita con il mito delle Chiese Uniate come ponte verso la Chiesa Ortodossa. Si mostrò molto perspicace. A quarant’anni di distanza sono sotto gli occhi di tutti la ulteriore latinizzazione e il modernismo sfrenato delle Chiese Uniate, il loro rifiuto a reintegrarsi nella Chiesa Ortodossa, anche dopo un’eventuale unione, e gli attacchi agli ortodossi perfino con nuove forme di uniatismo.
Nel 1968, da studente di teologia al Russicum, per le vacanze pasquali feci un viaggio che cambiò la mia vita. Per la Pasqua Ortodossa partecipai a Ginevra alla liturgia nella Chiesa Russa, facendo da suddiacono al vescovo Wladimir (Sabodan), oggi metropolita di Kiev. La domenica dopo ero a Londra e nella Cattedrale Russa partecipai alla Divina Liturgia celebrata dal metropolita Antony (Bloom). La celebrazione autentica e partecipata dal popolo, l’omelia viva e gioisa e soprattutto un colloquio col vescovo, mi rafforzarono nella determinazione a diventare ortodosso. Volevo essere onesto, autentico, volevo essere partecipe anch’io della luminosa gioia dei fedeli. Soprattutto volevo essere un sacerdote non per me, ma per fare tutto per il popolo cristiano, come mi aveva detto a Roma, qualche mese prima, il vescovo Wladimir.
Tornato a Roma volli subito confidare a padre Gabriel la mia decisione. Quella stessa sera dopo la cena, attraverso un passaggio interno, andai nell’attiguo Istituto Orientale ed entrai trionfante nella cameretta di padre Patacsi. Anche lui aveva qualcosa da dirmi. Aveva preparato un articolo per la rivista Irenikon e prevedeva una reazione piuttosto violenta da parte dei suoi confratelli. Ma la mia visita non consueta era stata notata. Il giorno dopo il padre rettore Dubois mi chiamò nel suo studio. Cominciò col rinfacciarmi la mia facilità ad associarmi sempre coi peggiori (leggi padre Patacsi), per poi accusarmi di aver fatto, durante il mio viaggio, la comunione dagli ortodossi. A Roma sapevano tutto: dove ero stato e quella imperdonabile colpa. Quel giorno capii il motivo della presenza di suore ecumeniche a molti riti ortodossi. Alla fine dell’anno scolastico lasciai il seminario.
Dopo nove anni passati lontano io e il padre Gabriel ci ritrovammo. Ero allora, come oggi, sacerdote ortodosso e prete nella Chiesa Ortodossa di san Basilio a Bologna. Quell’estate il padre Patacsi fece un viaggio dalla Francia in Italia, visitando diverse chiese ortodosse. Cosicché il sabato 23 luglio 1977 celebrammo il Vespro nella mia piccola chiesa. Ho annotato che fu celebrato in lingua russa, perché in quel tempo si usava il greco nella chiesa. E la domenica 24 luglio, festa di Tutti i Santi, concelebrammo commossi insieme la Divina Liturgia, la prima e unica volta che stemmo insieme davanti al Santo Altare. Il pomeriggio visitammo con diversi giovani della comunità la basilica di Nonantola. Poi a Modena facemmo visita per prendere un thé, ad una anziana vedova russa, Lidia Isidorovna Lisenko. Ella preparò un ricevimento sontuoso, spiegò sulla tavola una tovaglia ricamata e ci pose sopra la sua migliore argenteria. Molto impressionata dalla presenza austera del padre Gabriel, che probabilmente le ricordava il portamento dei vecchi preti russi, continuava a ripetere che da quando, durante la guerra, era fuggita da Harbin in Manciuria, non aveva avuto più la gioia di ricevere due batiushki insieme nella sua casa.
Questo momento delizioso, circondati dall’ospitalità sincera e generosa di una delle ultime rappresentanti della vecchia Russia pre-rivoluzionaria, fu l’ultimo passato insieme al padre Gabriel. Nel novembre 1983, a Bari, seppi dal padre Antonio Lotti anch’egli afflitto, della sua dipartita.
Quando ripenso a lui, mi torna sempre in mente quella passeggiata per le vie di Roma nella primavera del 1960. Non mi ricordo di cosa abbiamo parlato. Ricordo bene però il suo volto gioioso e luminoso. Eravamo giovani, sereni e uniti da una perfetta unità di intenti, da un grande amore per la Chiesa Cristiana d’Oriente che già allora sentivamo come la nostra Chiesa.
Spero che la mia traduzione serva per custodire la memoria del mio confratello e per confermare nella Fede Ortodossa le anime da Cristo affidatemi.
Eterna memoria, ieromonaco Gabriel!
Padre Mark (Davitti)
Archimandrita
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