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| Il calendario ortodosso giuliano-costantiniano |
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Un'icona millenaria del tempo
Ludmila Periepolkina
Traduzione dello ieromonaco Ambrogio (Cassinasco), rifacimento ed aggiornamento del Vescovo (Silvano Livi)
Fin dalla più remota antichità, l'uomo si è inchinato di fronte al mistero del tempo, cercando di sondarlo. Il tempo gli sembrava qualcosa di profondamente ostile, che richiedeva sacrifici cruenti (come per gli Aztechi) oppure un'arena della lotta tra caos e cosmos, oppure un sogno magico (tempo del sogno) che faceva tornare al passato oscuro dei primordi totemici.
Le leggende e i miti ci portano l'eco di antiche nozioni del tempo. L'uomo temeva o deificava il tempo, impartendogli le forme più diverse: un raggio, che penetra l'oscurità; una freccia, che vola dal passato al futuro, presso quelle popolazioni che avevano concepito una prevalente concezione lineare del tempo, più comune tra i popoli pastorali che ritmavano la loro vita con la ricerca di sempre nuovi pascoli; catene, o circonferenze, specialmente presso le popolazioni agricole che vedevano la loro vita dal succedersi ciclico delle stagioni Molto spesso, il tempo era concepito come un numero; talvolta, come tra gli orfici e i celti, era rappresentato con il suono o con la musica. Così, il dio celtico, Dagda, richiamava le varie stagioni dell'anno suonando su un'arpa vivente di quercia. C'è una concezione poetica del tempo con la quale si compie qualche tentativo di risolvere la disputa tra tempo ed eternità: "La morte e il tempo regnano sulla terra: non chiamarli maestri" (Vladimir Soloviev).
Il tempo si riflette in immagini metaforiche nei miti cosmogonici, antropogenici ed eziologici [2]. L'uomo intuiva che qualcosa di molto importante era collegato con il tempo: l'inizio e la fine; la sua memoria e speranza. Il sogno di spiegare il tempo e di padroneggiarlo si riflette anche nella "macchina del tempo" della fantasia moderna, che permetterebbe di vagare liberamente in questo regno insondabile[3].
Da Crono alla teoria di Einstein, l'umanità ha fatto un lungo cammino, senza mai essere in grado di svelare appieno l'enigma dell'essenza del tempo. Come oggetto secolare di riflessioni filosofiche e scientifiche, il tempo resta indeterminato come categoria. In verità, gli viene attribuita una categoria apparentemente indubitabile (la durata); ma spesso anche questa si rivela una finzione. Così, la teoria della relatività si basa, come ben si sa, sul concetto di tempo - spazio a quattro dimensioni, laddove l'asse temporale è immaginario.
Si può parlare del tempo della creazione del mondo, se l'atto stesso della creazione non entra tra le cause del fenomeno? Trascendente per natura, tale atto sorpassa ogni nozione umana di spazio e tempo. Nel parlare del "principio" dell'esistenza, l'uomo è forzato a fare ricorso alla categoria del tempo, per rimanere entro una cornice di pensiero a lui consueta.
Le definizioni razionali del tempo equivalgono a delle tautologie più o meno camuffate.
Dopo tutto, dire che il tempo è "l'ordine dei fenomeni nella loro sequenza", equivale a definire il tempo per mezzo del tempo.
È possibile che il tempo sia una strada; ma dove conduce? Quando misuriamo il tempo, da dove viene, prima che siamo in grado di misurarlo? Che direzione prende e dove va quando ci lascia? Il Beato Agostino si accostò al mistero del tempo: "In te, anima mia, io misuro i tempi." Secondo il Beato Agostino, i tre stadi di un'azione che avvengono nell'anima umana - attesa, contemplazione e ricordo (memoria) - producono la "triplicità del tempo". Tuttavia,la nostra consapevolezza percettiva (anima) non genera il tempo stesso; esso deve il suo sorgere alla Sostanza eterna, il Creatore: "Anche il tempo è opera Tua."
Un millennio e mezzo or sono, il Beato Agostino disse in un linguaggio così chiaro e sublime ciò che gli uomini del ventesimo secolo hanno cercato di esprimere per mezzo di complesse formule matematiche. Riguardo al tempo, essi giungono al fatto che la nostra percezione, così come la più recente versione dell'ontologia (la funzione ondulatoria della meccanica dei quanti), si sviluppa nel tempo; ma esiste uno strato successivo (la fonte della "luce") laddove questo concetto è privo di significato.
Dio è la riconciliazione delle antinomie. L'amore sovrasta il tempo, e non è questo che dice anche il Signore attraverso l'apostolo Giovanni, riguardo alla vita alla quale ci chiama: "non vi sarà più tempo"[4]?
E allora, che cos'è il tempo? "Sembra che non ci sia niente di più chiaro e ordinario," dice il Beato Agostino, "ma nel frattempo, in essenza, non c'è nulla di più incomprensibile e nascosto e provocatorio per il pensiero."
L'uomo, nel contemplare la natura e se stesso, ha visto che il morire cede il posto alla vita; e poi, le forze della vita fanno posto alla disintegrazione e alla morte. La custodia della vita era un miracolo attualizzato nei rituali. Per mezzo dei rituali, la vita della creazione e dell'uomo veniva armonizzata. I ritmi naturali dell'universo hanno trovato riflesso nelle festività rituali. Il rituale è collegato con il ritmo, così come è collegato anche con la memoria. Da qui proviene il calendario come incarnazione del ritmo che unisce macrocosmo e microcosmo. Secondo la tesi di Mircea Eliade, uno dei più grandi storici delle religioni del XX secolo, qualsiasi rito religioso è un evento sacro perché è una riattualizzazione di un evento originario e si svolge quindi in un "tempo sacro". Il tempo, per Eliade (1973), non è infatti "omogeneo" e "continuo", ma esistono intervalli di tempo sacro, un tempo cioè "circolare" "reversibile" e "infinitamente recuperabile", che interrompono la normale durata temporale, propria del tempo "quotidiano" "storico" e "cronologico". Il passaggio dall'uno all'altro avviene attraverso i riti che proiettano i partecipanti nel tempo originario e che quindi non possono essere celebrati che in determinate circostanze e modi. Scrive Eliade :"… ci rivela la medesima concezione ontologica "primitiva": un oggetto o un atto diventa reale (si real-izza[5]) soltanto nella misura in cui imita o ripete un archetipo. Così, la realtà si acquista esclusivamente in virtù di ripetizione o di partecipazione; tutto quello che non ha un modello esemplare è " privo di senso ", cioè manca di realtà.[...]. Si potrebbe quindi dire che questa ontologia "primitiva" ha una struttura platonica e Platone potrebbe essere considerato in questo caso come il filosofo per eccellenza della "mentalità primitiva", cioè come il pensatore che è riuscito a valorizzare filosoficamente i modi d'essere e di comportamento dell'umanità arcaica. Evidentemente l'originalità del suo genio filosofico non ne viene per nulla sminuita; infatti il grande merito di Platone consiste nello sforzo di giustificare teoricamente questa visione dell'umanità arcaica con i mezzi dialettici che la spiritualità della sua epoca gli offriva."[6]Non per nulla i Padri santi hanno sempre usato il referente della concettualizzazione e del linguaggio platonico come il più adeguato ad essere "piegato" e "riformulato" nei termini del Mistero cristiano. Così è del "tempo sacro" ove, per il cristiano, l'archetipo che si ripete in ogni ciclo annuale è Cristo ed il suo Mistero incentrato nella celebrazione della santa Pasqua. È attorno alla Pasqua che si "real-izza" il mistero del tempo. Ecco perché per i Cristiani, lontano dall'essere marginale, il problema della datazione pasquale è centrale: su di esso si gioca la capacità della Chiesa di creare il tempo sacro del suo celebrare Cristo, attualizzare la sua salvezza, renderne partecipi i credenti fino all'avvento definitivo del suo Regno. Il tempo che interessa un calendario - nato come sacro e conservato come sacro dalla Chiesa non è il tempo "profano" ma il tempo capace di fare rivivere l'evento originario della Pasqua salvifica di Cristo e, attorno ad essa, tutti gli altri eventi attraverso i quali il Signore ha operato la nostra esterna salute. Se per l'uomo antico era normale che anche gli eventi "profani" si organizzassero attorno a questo "tempo sacro" che dava senso ed ordine alla sua esperienza di vita, l'uomo contemporaneo della società secolarizzata e desacralizzata vive ormai solo nel "tempo profano del mondo". Questo rende ancora più impellente che la santa Chiesa conservi perfettamente ed incrollabilmente il suo calendario. La rinuncia a questo significa rinunciare a dare alla vita dell'uomo credente la dimensione sacra che gli consente di accogliere, nel sacramento della festa, la grazia dell'evento salutare. Se anche la Chiesa, anziché portare il mondo e l'uomo alla dimensione di Dio e di Cristo, rinuncia adattandosi al mondo ed a ciò che è del mondo, questa è più che eresia, è vera e propria apostasia perché è allontanamento dalla sua stessa ragion d'essere. È, cioè, separazione dalla missione che Cristo Signore le ha affidato: instaurare omnia in Christo, tutto porre sotto signoria del Risorto, anticipare nella sua vita e nel suo culto l'escaton, il mistero dell'eternità quando il tempo si sarà trasformato nel perfetto presente ove il Padre il Figlio ed il Santo Spirito, nell'eterno circolo Triadico, chiamano per Grazia il cosmo intero a partecipare della loro vita divina.
Nel guardare alla realtà ed alla tradizione della Chiesa Ortodossa è impossibile sorvolare in silenzio la questione del calendario giuliano,[7]che ha pure esso una storia millenaria in tutte le nazioni ortodosse. Infatti, come vedremo, è solo in questo secolo che alcune Chiese ortodosse hanno adottato, per il ciclo fisso, il calendario gregoriano. Molti si pongono la domanda: perché la Chiesa Ortodossa, nonostante tutte le riforme civili e statali del calendario, continua a vivere con lo stesso calendario con il quale vivevano l'antico Impero Romano prima, Romano-cristiano poi, e l'antica Russia e tutto l'Occidente cristiano medioevale? Solo un'attitudine di pregiudizio potrebbe far sì che qualcuno lo veda come un fenomeno che nasce dall'idealizzazione tradizionale del passato,o dall'arretratezza, come alcuni sostengono, evitando in tal modo una risposta seria. Noi cercheremo di indagare le ragioni della sorprendente vitalità del calendario giuliano in Costantinopoli prima,in Russia poi, e nelle altre Chiese ortodosse che l'hanno mantenuto. Come ben si sa, questo sistema di cronologia giunse in Russia e negli altri paesi in cui il Cristianesimo Ortodosso si diffondeva, da Costantinopoli, la Nuova Roma. Il calendario giuliano ecclesiastico rappresenta la sintesi "bizantina" (anche se, come si sa, il vocabolo è quanto meno improprio) dell'eredità astronomica e calendariale dell'antica Babilonia e dell'antico Egitto, con il contributo accademico dei Padri della Chiesa alessandrina, che accolsero la sua implementazione all'epoca del Santo Imperatore Isapostolo Costantino il Grande,.
Questo sistema di calcolare il tempo, che combina organicamente in sé il calendario giuliano e i cicli pasquali alessandrini (Paschalia), fu chiamato la "Grande Indizione" (o Grande Proclamazione) [8] a Costantinopoli, il "Circulus Magnus" in Occidente, e il "Ciclo della Creazione" in Russia[9]. Noi lo chiamiamo, per distinguerlo dal Calendario Giuliano pagano, CALENDARIO GIULIANO-COSTANTINIANO oppure CALENDARIO GIULIANO ECCLESIASTICO.
Il calendario ortodosso giuliano-costantiniano



